Il film sarà in sala dall’1 febbraio

The Post di Steven Spielberg

  Cultura e società  

The Post è un bell’esempio della grande cinematografia statunitense, impegnata e politicamente corretta, insomma l’assoluta antitesi dell’America trumpiana. Il film affronta contemporaneamente due importanti temi molto cari alla fascia progressista della società civile, la libertà di stampa e l’uguaglianza di genere.

Lo spunto è ciò che avvenne negli USA nel 1971, quando infuriava la polemica sulla guerra del Vietnam, con i movimenti pacifisti sempre più battaglieri e il governo che cercava di minimizzare l’impegno militare yankee e diffondeva la certezza che la guerra sarebbe stata vinta presto, respingendo così la minaccia comunista (secondo la famosa teoria del domino).

Daniel Ellsberg, un ex analista della Rand Corporation che aveva avuto accesso a documenti militari top secret, decise che non era ammissibile continuare a nascondere al pubblico le scottanti verità sulla situazione bellica, e diventò un precursore dei whistleblowers che sarebbero venuti in seguito, come Assange e Snowden, passando sottobanco ai principali giornali liberal copia di quelli che poi divennero famosi come Pentagon papers.

Il New York Times, all’epoca il più diffuso quotidiano di area progressista, ne iniziò la diffusione, ma fu quasi subito stoppato dal governo che, appellandosi alla sicurezza nazionale, ottenne da un giudice un provvedimento restrittivo. Il Washington Post, giornale della stessa area che fino ad allora era stato a carattere locale e poco noto al panorama giornalistico USA, decise invece di continuare laddove il Times era stato fermato, mettendo il giornale a rischio di fallimento e i responsabili a rischio di prigione qualora questa decisione fosse stata giudicata un caso di oltraggio alla corte.

Fortunatamente la Corte Suprema USA, adita in ultima istanza, si pronunciò a favore della libertà di stampa, con la nobile citazione che “la stampa deve rispondere ai governati, non ai governanti”. L’esito dette ovviamente nuovo vigore alle proteste anti guerra nel Vietnam, e pochi anni dopo fu lo stesso Washington Post, con il famoso scoop sullo scandalo Watergate, a dare il colpo decisivo alla credibilità di Nixon e delle sue politiche belliche, come lo stesso The Post accenna nel finale del film.

Dove sta l’uguaglianza di genere in tutto questo, che sembra solo un tema politico/militare? Sta nella figura della proprietaria del giornale, Katharine Meyer Graham, trovatasi senza volerlo nell’occhio del ciclone. Figlia del fondatore del giornale, era andata sposa ad un brillante giornalista che suo padre vedeva come il proprio naturale successore. E infatti così era stato, fino alla sua tragica morte che aveva costretto Katharine, fino a quel punto madre e casalinga in un ruolo che la soddisfaceva pienamente, a occuparsi di articoli e rotative.

La sua naturale difficoltà a calarsi nel ruolo, accompagnata alla mentalità maschilista ancora dominante all’epoca (e probabilmente tuttora), faceva sì che i suoi legali e i membri del CdA la vedessero come una figura di pura rappresentanza, bisognosa di qualcuno che decidesse al suo posto. Il film ci mostra invece come Katharine, attraverso una sofferta fase di presa di coscienza, decide che non può restare una marionetta manovrata da altri e si assume la responsabilità di scegliere in prima persona, portando così il suo giornale alla fama nazionale e poi mondiale.

Il piano politico e quello personale vengono sapientemente miscelati dal talento di Spielberg, che dimostra ancora una volta di saper alternare film di evasione, come ad esempio Jurassic Park o ET, a film di forte impegno sociale come Amistad e The Post.

Per gli spettatori che erano giovani in quegli anni crediamo che sarà inevitabile, assistendo al film, ricordare con nostalgia e rimpianto lo spirito di liberazione e di aspettativa di un futuro migliore che si viveva. Ci troviamo invece oggi con Trump alla Casa Bianca, Snowden sequestrato dentro l’ambasciata ecuadoregna a Londra, le donne ancora sotto la tutela delle quote rosa per poter emergere e la libertà di stampa che è caduta nell’eccesso opposto, con internet e i social che consentono a tutti di scrivere di tutto, soprattutto bufale e incitamenti all’odio.

Il film, diretto da Steven Spielberg, è interpretato da Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood.

Ugo Dell’Arciprete

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